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Ogni tanto essere trasparente, anche dicendo cose sgradevoli, ma vere, fa bene. Fa un po’ meno bene a chi si prende le critiche, perché il più delle volte è impreparato a comprenderle. E allora l’unica maniera di giustificare quanto successo è dire che la critica è arrivata per questioni di invidia. E magari è un buon pretesto per pseudofilosofeggiarci su. Scriverci sopra, che so? un piccolo testo. 

 


Di pochi minuti fa la notizia dell’elezione di Napolitano. Di nuovo? Oggi è stata sancito finalmente il totale distaccamento di una classe politica dalla popolazione che li ha votati (la cosiddetta “base”, che altro non è se non NOI). Benissimo, per una volta do ragione alla grillina Lombardi: Votare Napolitano significa non volere nessun cambiamento, tenersi ben stretti potere e privilegi, proprio quando le attese di un rinnovamento erano molto più forti. Ricorderemo come emblematico il commento della Finocchiaro alla protesta di alcuni elettori del PD, quando Bersani aveva tentato di candidare Marini: “La base protesta? Non l’ho sentita”.
Credo che si commenti da sé.

Ah dimenticavo: prepariamoci per un governo “di larghe intese”, insomma un governo di nuovo con Berlusconi.

Ho il sospetto tremendo, sempre più fondato che se ci sarà un cambiamento, potrà avvenire quando tutte le cariatidi  della nomenklatura a una a una cominceranno ad estinguersi, ben pasciute nei loro letti. Non prima…


Fidelio a tutto volume e bagno aromatico per scacciare i pensieri negativi. Questo è un sabato del villaggio un po’ amaro: nessuna gioia perchè domani sarà domenica, ma tanto desiderio comunque che lo sia. E poi uno dice, non lasciarti condizionare dall’esterno, ma dove.

Ma se arriva la puzza dei cateteri mai svuotati fin qui…da dove? dal salone delle cariatidi

 

day after day

Ribloggato da il lunedì degli scrittori:

verrà la guerra e avrà i vostri biscotti
il mio caffellatte i nostri figli
le loro teste d'uovo i nostri cattivi
pensieri sopraffini i distinguo
i perché i capelli spaccati in quattro
ma anche in sei, in otto.
verrà la guerra e diremo ma come mai
che bisogno c'era? la stanza dei bottoni
una faccetta marroncina una palla di lardo…

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Ribloggato da Le Donne Visibili:

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Da “Scritture (2007-2013)” disponibile qui

poi arrivano quelli e dicono che l’io dovrebbe essere soppresso
allora ci provo
ne invento uno nuovo.
Soffro con lui e ancora sono
nelle ferite che tremano
ai piedi freddi
[me ne infischio delle soppressioni]
la libertà è una conquista / che sanguina piano

Natàlia è una bella donna, bionda, occhi intensi azzurri, pelle bianchissima.

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LA SESTA VOCALE, regia di Iolanda La Carrubba, interpreti Nina Maroccolo e Fabio Morici, testi a cura di Plinio Perilli,   è finalista al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, la celebre Berlinale!, nella sezione dei “cortometraggi”. Per l’esattezza verrà proiettata a Berlino l’11 febbraio ore 20,30, prima mondiale!

Di seguito potete trovare la sinossi fatta da Plinio Perilli di questo gioiellino…e il video, naturalmente.
Che dire? Sono orgogliosa di voi, Nina, Plinio, la giovane regista La Carrubba! Un grandissimo risultato, che una cinematografia italiana indipendente (e assolutamente low cost) venga premiata così in Europa!

– Sinossi –

LA SESTA VOCALE

(La maiuscola A dell’Amore)

(Sei donne, sei quadri celebri all’alba dell’arte moderna:

sei volte in cerca del sentimento o colore “primario”:

KLIMT, MUNCH, MATISSE, MODIGLIANI, CHAGALL, PICASSO

fra muse, tavolozze e alchimie del Verbo…)

Riprendere da dove le grandi avanguardie europee s’erano fermate – da quegli stessi fotogrammi implosi tra Storia e Bellezza, arte fiorita e annichilita, all’inizio del ’900. Quante Beatrici effimere o riottose, per guidarci al vero e maiuscolo Amore…
Chi era, cosa pensava? la compunta signora Adele Bloch-Bauer, ritratta da Klimt, con quel piglio alto-borghese da salotto buono, la veste dorata ma tormentata di malessere… Per non parlare della sventurata protagonista di Munch, il cui risveglio, “Il giorno dopo”, avviene tra i fumi dell’alcool e la maledizione dell’assenzio… E la Laurette di Matisse, perché in piena guerra (1917) s’allungava, s’illanguidiva sdraiata sul pavimento del salotto come una ninfa povera, libera e sedotta da una semplice tazzina di caffè?…
Modigliani no, lui è imprigionato in se stesso – e le sue donne, nel loro amore (qui “La giovane Louise” lampeggia occhi ardenti e cupi d’intensità). Chagall, beh, lui vola sempre, e fa volare! Mette in favola anche i colori, tutti i baci d’amore, “Il circo azzurro” del suo vivere trasfigurato… Picasso, è qui onorato con un’opera onirica (“Il sogno”, 1932), com’è forse sognato dalla sua compagna o modella, o meglio come lui la sogna – Amore che sogna Psiche…
Ecco che un secolo dopo, si può costruire, incarnare una tavolozza ideale fatta di gesti, sguardi, movenze, tableaux vivants finalmente avverati… Colori per sentimenti, “primari” anch’essi… Se Rimbaud aveva dato il nome alle vocali – ora non ci resta che coglierne, inventarne il sesto senso e comun denominatore di trasparenza – la SESTA VOCALE che è la maiuscola A di Amore… Dopo e prima della Storia, dell’Avanguardia, del Linguaggio che è segno, del Tempo che è Spazio… L’Amore come vocale fulcro, l’unico sentimento/colore in cui lo specchio s’accorda col vero…

Iolanda La Carrubba, Nina Maroccolo, Amedeo Morrone, Plinio Perilli


E in scena in questi giorni all’Oper Leipzig, Nabucco, con la regia di Dietrich Hilsdorf.

Si tratta di un nome già conosciuto al pubblico di Lipsia per le belle produzioni di Jenufa e dello straordinario Deutsches Miserere. Ottime messinscene, ma affrontare  Verdi e in particolare il Nabucco è decisamente altro.

Avevo paura di trovarmi di fronte alle solite grigie, noiose messinscena contemporanee, tipiche di certi registi soprattutto tedeschi: con mia sorpresa, non ho assistito a un’ambientazione contemporanea, e neppure a una messinscena troppo grigia.

Non ho visto antichi Assiri né antichi Ebrei in scena: Hilsdorf ambienta l’azione in un’epoca non meglio precisata; a giudicare dai costumi scelti, più o meno nello stesso periodo in cui Verdi scrisse questo suo capolavoro.

L’azione infatti sembra svolgersi in un teatro dell’Ottocento. In un teatro, già: un teatro che noi vediamo da svariate angolazioni. Lo vediamo frontalmente, lo vediamo da dietro la quinte, lo vediamo da “dietro gli attori”. Insomma, vediamo un teatro. Niente di nuovo, a dire la verità: vediamo un “teatro nel teatro”, un escamotage drammaturgico, usato ampiamente da numerosi registi, con esiti molto diversi fra loro

nabucco3

A parte questa trovata, peraltro quasi ormai logora, e una scenografia imponente, la resa della trama e dei protagonisti (Abigaille, Fenena, Ismaele, Zaccaria, Nabucco) è risultata confusa e oscura.

Inoltre, in alcune scene cruciali non si è riuscito a sorprenderci drammaticamente, come richiesto dalla storia.

Ad esempio, nella scena della caduta a terra di Nabucco, dovremmo vedere un re che nel momento in cui si dichiara Dio, viene improvvisamente scaraventato al suono dall’ira divina. Dovremmo sorprenderci insieme al coro che esclama “Oh come il cielo vindice l’audace fulminò!”. Lo sbigottimento di quest’ultimo dovrebbe essere anche quello del pubblico. E, non meno importante, questa stessa battuta dovrebbe  arrivare dopo la caduta di Nabucco, non prima, come è successo.

Nabucco insomma non è colpito proprio da niente, rimane indenne su una scala e non si capisce cosa voglia fare (cade? Non cade? Quando cade?) Nabucco non cade a terra quando dovrebbe, il coro commenta nel momento sbagliato.

Quello che vediamo in questa scena può essere preso ad esempio, insomma, per il resto della regia: una interpretazione caotica, con una scenografia molto bella, con effetti teatrali notevoli, ma senza una vera idea consistente alla base.

nabucco5

La parte migliore di questa première è stata per fortuna la musica: l’orchestra , sotto la direzione dell’inglese Anthony Bramall, è riuscita finalmente a tirare fuori un suono più raffinato del solito, con attenzione alle nuances, con veri crescendo e una bella tavolozza dinamica.

Diverso è il discorso per i cantanti, qui il livello non è stato per tutti omogeneo, a cominciare da uno dei grandi protagonisti: Zaccaria. Il sacerdote ebreo compare si può dire quasi dalla prima all’ultima scena e ha una parte non facile, che conta alcune delle melodie più belle di tutta l’opera. A ricoprire questo ruolo, il basso armeno Arutjun Kotchinian. Un gran bell’attore, una presenza imponente sul palcoscenico, dall’alto dei suoi quasi due metri, e una voce grossa e rumorosa, non squillante né propriamente cantabile.

Zaccaria richiede un basso che domini sia le note più gravi che quelle più acute: Kotschinian ha dimostrato un suono migliore nei registri centrali e gravi e non ha convinto negli acuti, purtroppo, con una voce tutto sommato potente, ma con pochi armonici.

Ismaele è stato impersonato dal tenore uruguayano Gaston Rivero.  La sua performance è stata convincente: ottima dizione, potenza, acuti squillanti e una buona espressività. Lo stesso si può dire per la Fenena di Jean Broekhuizen, mezzosoprano solista dell’ensemble, al suo debutto in questo ruolo verdiano, Si è trattato di una bella resa, con un’ottima padronanza delle agilità richieste da questo ruolo.

La grande guerriera, Abigaille, è stata Amarilli Nizza, già Lady Macbeth nella scorsa produzione a firma di Peter Konwitschny. Benché tradizionalmente il ruolo di Abigaille richieda soprani dalla tessitura più scura, dalla voce più potente, e dagli acuti più consistenti, la Nizza ha reso la parte con professionalità e buon gusto.

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Per quanto riguarda Nabucco, il baritono Markus Marquardt , invece il livello è stato notevolmente diverso:  canto ingolato, non sempre a suo agio nei registri acuti, con una dizione scarsa, che in alcune scene si è prodotto in certi “declamati” ineleganti e del tutto arbitrari, di stampo quasi espressionista, che nulla hanno a vedere con uno stile ottocentesco e in generale con il belcanto in senso stretto.

Per fortuna per noi spettatori, Il Nabucco è un’opera dove il coro ha un ruolo importante, Dico per fortuna, perché il coro è stato uno dei veri protagonisti, se non il vero protagonista della serata, sotto la direzione di Alessandro Zuppardo. Va’ Pensiero è stato un vero exploit, dizione perfetta, grande attenzione alle dinamiche e al fraseggio, con gusto e raffinatezza, notevole  la resa della chiusura in pianissimo, in un lungo e impercettibile svanire.

Al coro è stato tributato l’applauso più lungo della serata, e a ragione.

Tutto sommato, a parte le pur grosse mancanze registiche e di alcuni importanti protagonisti – c’è da sperare, che, come avviene di solito, la qualità del risultato migliori con le recite future – si è trattato di uno spettacolo soddisfacente, che si è ampiamente riscattato con punte di ottimo livello.

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