Dire sempre la propria, a costo di offendere chi ci sta vicino, è segno di egoismo? Non sarebbe meglio piegarsi, sorridere, lasciar correre, per il cosiddetto “amor d’armonia”? Chi siamo noi in fondo per giudicare delle frasi, delle azioni degli altri o dei prossimi che ci circondano? Non valgono forse più gli individui, con i loro difetti e i loro pregi, degli ideali?
Perché in fondo è sempre la ricerca di una coerenza con un ideale che ci fa brontolare se poi questa coerenza non la troviamo in chi ci è vicino. E se al nostro brontolio succede il broncio dell’altro, siamo noi a essere in colpa? A voler a tutti costi imporre la nostra egoica visione del mondo? E non vuol dire isolarsi, contraddire sempre? Fare la fine di un misantropo, quindi? Ma allora siamo egoisti o misantropi?
Leggo un brano di un’antica operetta trovata spulciando in rete, un’operetta morale di Luigi Carrer, in cui si tratta fra le altre cose di Misantropia e Egoismo.
[..) L'egoista non fugge il consorzio degli uomini, vive anzi frammezzo a loro, e fa di essi il suo trastullo. Laddove il misantropo fugge per non rimanere offeso, quest'altro si getta in mezzo la calca con intendimento e speranza d'offendere.
Il paragrafo più interessante arriva adesso però: non è affatto detto che l’egoista debba essere sgradevole, mentre lo è sempre il misantropo. Sentite cosa dice:
L’egoismo può vestire infinite sembianze, può cambiar colore a suo senno. Ci son fino egoisti amorosi, ciò che sembrerebbe impossibile ad immaginare.
Io un egoista amoroso – o una egoista amorosa – me lo posso immaginare, eccome! Ne capitano tutti i giorni, di egoisti travestiti da persone generose o amorose.
L’egoismo è fondamento a molti altri vizii , di cui esso si serve come di complici a contentare il suo malvagio appetito.
Appetisce gli onori? Può essere modesto; purchè la modestia gli sia scala a salire.
Appetisce il piacere? Può essere prodigo ; purchè le prodigalità possano metterlo innanzi su quella strada di fiori per la quale desidera d’inviarsi.
Mentre insanguina la riputazione di uno dei proprii fratelli che gli attraversano il cammino, può far getto del proprio danaro a soccorrere un altro indigente, prostrato dai disagi per modo, che certo non lascia luogo a sospettare che sia per sorgere e mettersi in concorrenza con esso.
Oltre la facilità che hanno gli uomini di scambiare una per l’ altra due cose che si presentino loro con poche differenze esteriori, possiamo trovare qualche altro motivo di questo errore particolare in cui cade chi chiama misantropia l’egoismo o il contrario.
Misantropia ha qualche cosa di meno offendente agli orecchi, e però non par vero all’egoismo di poterne affettare l’apparenza. Come s’è detto a principio, la misantropìa è indizio d’una qualche parte della vita passata nel confidente consorzio dei proprii simili, e quindi, come cosa in certa qual maniera assennata, ottiene dagli uomini, se non forse rispetto, almen compassione. L’egoista al contrario, senza esperienze anteriori, ne viene volontario al pessimo ufficio di comperare l’utilità propria a prezzo dell’ altrui nocumento, e quindi come quintessenza genuina di vizio inspira ribrezzo ed esecrazione.
Dal misantropo possono trarsi talvolta alcuni vantaggi; non so quali possono essere cagionati dall’egoista, quando non fosse quella muta ma molto efficace lezione che ci ha sempre nel vizio, chi voglia badarci.
Da “Discorsetti Morali” in “Prose di Luigi Carrer, vol.I”, 1855
(continua…)

Fulvio Martini, Ego’s Pumping, Acrilico su Tela
http://www.fulviomartini.it/
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