Aida ovvero il triangolo no


Si può allestire un’Aida senza sfarzo? Senza carnevalate egiziane, senza elefanti e senza palme? A quanto pare sì.

E’ quello che ha fatto Peter Konwitschny nella sua messinscena, che ho potuto vedere qualche giorno fa.

Diciamo che ero molto curiosa: Aida è da sempre considerata il Ben Hur del mondo dell’opera, motivo di produzioni kolossal hollywoodiane.

Questa messinscena minimalista invece cerca di concentrarsi sull’intreccio amoroso fra Aida, Radames e Amneris, svolgendo tutta l’azione attorno a un divano rosso.

Un’Aida borghese: insomma, Konwitschny è passato dal melodramma verdiano a un mélo cinematografico alla Douglas Sirk (o meglio, visto che siamo in Germania, à la Rainer Werner Fassbinder), dove nessuno dei protagonisti riesce mai a coronare il suo sogno d’amore.

Il Triangolo no, non l’avevo considerato…

…Almeno quando pensavo a quest’opera. E invece questa è davvero la storia di un triangolo amoroso: lui, lei, e l’altra ovvero Radames, Amneris e Aida.

Ma procediamo con ordine.

Radames

Bando a tenori in costume da bagno e improponibili copricapi, Radames è un signorotto dai pantaloni bianchi che in “Celeste Aida” canta l’amore per la serva, non più schiava, Aida.

Potremmo immaginare che si tratti di un ufficiale dell’esercito, inteso come esercito dei giorni nostri: un ufficiale ambizioso di scalare i gradini più elevati della gerarchia militare, mentre si strugge di passione per la colf straniera sul divano rosso di casa e che spera di poter coronare con un unico serto ambizione e amore  (“un regal serto sul crin posarti, ergerti un trono vicino al Sol!”).

Ora, il valoroso soldato Radames, partito al fronte (è il caso di dirlo) con grandi speranze di gloria, torna da Amneris come un reduce, dai vestiti laceri e sporchi e coperto di sangue. Ha raggiunto il suo obiettivo, pertanto: la guerra contro gli Etiopi è vinta e il loro re, padre di Aida, è stato fatto prigioniero. Ma è proprio nel colmo di questa gloria coperta di sangue che il sogno d’amore si allontana, si frantuma. Amare Aida significa a questo punto tradire la patria (o meglio la propria ambizione “politica”): nell’unico momento da quando è tornato in cui si ritrova solo con lei, senza volerlo commette alto tradimento. Ed è qui in fondo il dramma del protagonista maschile dell’opera, come è ben delineato in questa rappresentazione: nella presa di coscienza che l’ambizione schiaccia l’amore, che non si può avere l’uno e l’altro.

In una antinomia terrena, cioè, che può trovare soluzione solo nella fuga, nella fuga dalla realtà, verso una pace che non è data su questa terra.

Aida

E’ la domestica di Amneris, un’Aida che sprimaccia cuscini e totalmente innamorata del bel promesso sposo della sua signora.

In questa rappresentazione è forse il personaggio meno vistosamente delineato, se paragonato al personaggio della sua rivale.

La sua caratteristica è quella di essere divisa fra due tipi di amore, quello per Radames e quello per il proprio padre, la propria famiglia. Non c’è ricerca di gloria per Aida, il suo dramma verte tutto su questa antinomia sentimentale.  La sua “Patria” non ha niente  di politico, ma è la Patria come può pensarla un esule (o un immigrato), ovvero l’insieme affettivo e famigliare che ci si è lasciato alle spalle e che si spera un giorno di rivedere. E’ il personaggio forse più debole di tutta l’opera – almeno in questa produzione – , quello che si lascia alla fine ricattare affettivamente dalla sua Patria, ovvero da suo padre, (è lei ad esclamare “O Patria mia, quanto mi costi!”), condannando definitivamente il suo amato.

AMNERIS


Amneris è una donna upperclass, affascinante e fatale, una Lana Turner verdiana, che ha come domestica Aida.

In questa produzione diventa il personaggio chiave, se non quello meglio delineato nel suo oscillare fra desiderio insoddisfatto, gelosia cocente, l’umiliazione di chi viene rifiutato – e per di più per la domestica -, dolore profondo per la perdita dell’amato e di quella “pace” che invoca disperatamente alla fine.

Mi si potrebbe obiettare che questo è il personaggio che comunque si trova nel libretto originale.

E’ vero: però è altrettanto vero che lo sfarzo tradizionale, le scene con il coro, i balletti e tutto quello che possiamo immaginare quando pensiamo a quest’opera, hanno soffocato Amneris, appiattendola a semplice motore della trama, senza conferirle il giusto spessore  “umano”.

Invece in questa messinscena è lei a risplendere, nella sua inquietudine e nella sua forza. La forza della disperazione e della perdita dell’amato, che – a differenza di Aida – la fa ribellare contro gli esponenti del suo stesso Stato, pur di salvarlo. E’ lei in fin dei conti ad avere l’ultima parola,  a proferire gli ultimi versi: “Pace, pace”. Pace intesa non in senso politico, ma come fine di tutti i turbamenti e le sofferenze di questo triangolo amoroso.

Quale pace, dunque? L’unica pace possibile per questi personaggi non sta su questa terra. Aida e Radames nel libretto aspettano la morte. Konwitschny invece ce li fa vedere mano nella mano che si avviano…..verso un video gigantesco che proietta le immagini  della stazione centrale di Lipsia.

A questo punto ho sentito il mio vicino di posto sobbalzare e ridere compiaciuto. Scelta discutibile, forse. Konwitschny però ci ha abituato in altre produzioni a certe provocazioni, al cui confronto il video della stazione di Lipsia risulta innocuo. La sensazione che ho avuto è stata quella di voler dare una speranza, una via di fuga a questa coppia condannata. La stazione, il viaggio non possono che convogliare questi significati.

E’ come se Konwitschny ci suggerisse : “non muoiono, ma si apprestano a una fuga, a un viaggio verso la pace”. Verso  quella pace tanto invocata fra le lacrime da Amneris, da chi cioè è sopravvissuto a un amore così infausto.

Un’interpretazione, quindi, non dico plausibile, ma di sicuro suggestiva.

E il Coro?

Il coro  non prende mai parte all’azione scenica. Canta per tutta l’opera dietro il palcoscenico.  Quindi chi vuole andare a vedere Aida per trovare le grandi scene corali e tutto il kitsch che fino adesso è stata la sua gloria  (Gloria all’Egitto!), si troverà senz’altro spiazzato. Il coro c’è, si sente, ma non si vede (o quasi).

Questa trovata non sottrae fascino, ma ne aggiunge a mio parere. Se pensiamo che questa messinscena ha un taglio molto cinematografico, come accennato prima, le parti corali diventano una suggestiva “colonna sonora”, che mette in rilievo con ancora maggior potenza il conflitto sentimentale tra e dei protagonisti.

Per quanto riguarda la parte musicale, fra tutti ha spiccato la mezzosoprano Natascha Petrinsky, per voce, presenza scenica e recitazione. Una voce potente e dal timbro adeguatamente metallico per una Amneris di questa forza.

Sylvie Valaire nel ruolo di Aida ha offerto una buona performance, anche se non travolgente. Il suo “O Patria mia”, ad esempio, è stato cantato con attenzione e rispetto – anche troppo –  ma non mi ha commosso come dovrebbe. Inoltre mi ha lasciato un po’ interdetta la vocalità, a dir poco quasi più scura della stessa Amneris-Petrinsky, senza averne la potenza e lo squillo, peraltro.

Carlo Ventre nei panni di Radames è stato un Radames accettabile. Voce potente, ma vale anche qui il discorso della Valayre: non mi ha trascinato, nemmeno nella sua bella interpretazione di “Celeste Aida”.

La Gewandhausorchester diretta da Andreas Schüller ha dato un’ottima prova, e il coro dell’Opera ugualmente: entrambi hanno infuocato il teatro con i potenti suoni verdiani di questa partitura: con grande goduria della sottoscritta, perché non sempre l’orchestra della Gewandhaus riesce a dare così tanta potenza e temperamento alle partiture operistiche italiane, al punto da far quasi esplodere la sala.

Il pubblico si è dimostrato entusiasta dello spettacolo e come era prevedibile ha tributato una vera e propria ovazione alla bella e brava Natascha Petrinsky, che, dopo il regista Konwitschny e la sua messinscena, è stata la protagonista indiscussa della serata.

Quello che capita, non capita mai per caso…o sì?


Escher, Relativity (1953)

Insomma, mi ritrovai ieri sera in uno stato d’animo pericoloso e feroce come una belva raziocinante in una selva oscura di pensieri. Ad esempio. Cosa vuol dire vivere in un paese che non è il tuo? Forse non è così facile da comprendere, per chi è abituato a stare nel proprio. Ma vale la pena fare uno sforzo.

Innanzitutto, quali sono i motivi alla base per cambiare realtà. Perché di questo si tratta in fondo, di cambiare realtà. “Entrare in una realtà sconosciuta” è una frase da fantascienza, no? Ecco, diciamo pure che ogni emigrato è sempre un alieno.

I motivi in superficie sono puramente economici. Cioè, la sopravvivenza. Il futuro migrante è una persona che si rende conto di non avere nulla a che spartire con il sistema di vita del proprio paese, è una persona che spesso si sente – ed è – rifiutata a casa sua. E che proprio per questo fatica a entrare nel meccanismo lavorativo della propria nazione. E perché certe persone si devono sentire rifiutate a casa loro, se è una casa accogliente (ancora, ma non per molto) per parecchi ? E come nasce questo destino?  Bella domanda. Questo mi fa ricordare i tempi delle elementari quando nell’ora di ricreazione i bambini stabiliscono con ferocia chi gioca e chi resta in disparte. Insomma, il nostro destino nasce in una ventina di minuti annunciati da una campanella.

E’ ironico, no?

E’ ironico, perché è il caso. E’ il caso che si nasca senza denti per cibi troppo duri o troppo raffermi.  E’ un caso, solo un caso, nascere e studiare in un paese, per dover raggiungere un livello di vita decente in un altro, di cui non si conosce la storia e non si parla ancora bene la lingua. Migranti per caso. Poi ci sarà sempre l’inveterato psicologizzante per cui nulla è casuale, nemmeno il caso stesso: siamo noi sotto sotto  a volere tutto ciò che ci capita.

Figuriamoci. Il caso esiste e ci sovrasta. E’ l’accadere degli eventi, di eventi troppo infinitesimi perché si possano comprimere in una teoria soddisfacente e completa. E’ inutile trovare un significato, sarebbe come voler contare tutti i numeri per essere certi che siano infiniti. Così, ogni volta che mi chiedono perché sono emigrata in Germania, certa di non poter essere davvero esaustiva,  non enumero più i fatti concreti che mi hanno portato fin qui (la mancanza di risposte lavorative italiane decenti, la risposta decente dell’estero, la velocità di reclutamento tedesca, ecc. ecc) ormai rispondo solo “per caso”.

IL CASO
di THOMAS HARDY

Se solo un dio vendicativo mi chiamasse
Dall’alto del cielo, e mi schernisse: ” Tu, creatura che soffre,
Sappi che il tuo dolore è la mia estasi,
Che del tuo amore frustrato si nutre il mio odio!”

Allora sopporterei, tenderei i nervi e morrei,
Rafforzato dal senso d’un ira immeritata;
Mezzo consolato al pensiero, che uno più potente di me
Avesse voluto e assegnato le lacrime ch’io piango.

Ma non così. Come accade che la gioia venga uccisa,
E perché avvizzisce la più dolce speranza mai seminata?
Il caso balordo s’oppone al sole e alla pioggia,
E il tempo biscazziere getta per allegria il dado d’un lamento …
Per questi giudici ciechi tanto valeva cospargere
Gioie lungo il mio cammino così come il dolore.

HAP

If but some vengeful god would call to me
From up the sky, and laugh: ” Thou suffering thing,
Know that thy sorrow is my ecstasy,
That thy love’s loss is my hate’s profiting!”

Then would I bear it, clench myself, and die,
Steeled by the sense of ire unmerited;
Half-cased in that a Powerfuller than I
Had willed and meted me the tears I shed.

But not so. How arrives it joy lies slain,
And why unblooms the best hope ever sown?
Crass Casualty obstructs the sun and rain,
And dicing Time for gladness casts a moan …
These purblind Doomsters had as readily strown
Blisses about my pilgrimage as pain.

THOMAS HARDY