Prosavox


È ormai da un mese che tengo una rubrica di letture sul noto blog dell’amico Morgan Palmas Sul Romanzo, dal nome Prosavox.
Sono letture di una lettrice per lettori curiosi, in uno spirito di totale condivisione di pagine che possono reputarsi interessanti (almeno così spero). Pagine poetiche o estratti di racconti e romanzi, per il momento. Ma anche di saggistica, perché no?
Ecco ad esempio, l’ultimo Prosavox, dedicato alla grande poetessa Amelia Rosselli. Non spetta a me parlare di quest’autrice: posso solo dire che la lettura delle sue poesie è stata per me un vero coup de foûdre. E se la parola è così forte, così penetrante – come quella appunto della Rosselli – perché non dirla a voce alta?
Ho pensato inoltre che sarebbe stato interessante combinare alla sua poesia la musica di Luigi Dallapiccola, con il quale la Rosselli cercò di collaborare per un progetto che purtroppo non vide la luce.
La melodia spezzata dell’uno è il verso imprevisto e contorcentesi dell’altra.

Elektra di Richard Strauss all’Oper Leipzig


Mentre gli spettatori si accomodano ai loro posti, sul palcoscenico un uomo a petto nudo gioca dentro una vasca di pietra, un monumento d’altri tempi.

È tutto un ridere e scherzare con i bimbi che potrebbero essere i suoi figlioli, quando all’improvviso appare un uomo alle sue spalle accompagnato da una donna: questa lo intrappola in una rete e l’altro lo ammazza a colpi d’ascia, mentre i bimbi urlanti fuggono dietro le quinte.

Qui incomincia Elektra: gli accordi iniziali, terribili, improvvisi, una scossa elettrica che corre lungo la schiena degli spettatori, sono il nome dell’uomo assassinato: Aga-me-mnon.

E qui contemporaneamente si ferma la felicità della messinscena di Peter Konwitschny.

Una Storia senza tempo, ma dal tempo contato


Konwitschny ci ha presentato Elektra come una storia senza tempo, ma dal tempo contato.

Sul fondo del palcoscenico viene proiettato il conto alla rovescia fin dall’inizio, da quando cioè Elettra sola in scena ricorda l’uccisione di suo padre Agamennone da parte della moglie Clitemnestra e dell’amante Egisto.

Agamemnon! Agamemnon! Questa è l’ora, ecco l’ora!

Il conto alla rovescia che porta per necessità fatale e dichiarata già fin dal principio all’ora X, al finale estremo.

In realtà, questo countdown proiettato sull’immagine delle nuvole, che a volte si arrestava – un po’ come i contatori dei tassisti che per opportunità o cortesia possono subire accelerazioni o fermate improvvise – è risultato fin da subito un di più, di cui forse si poteva fare a meno.

Perché cercare di spiegare pedissequamente quella volontà terribile, perché esplicitare in maniera pleonastica quella suspense che è già nel canto di Elektra, nel suo terribile “Allein ganz weh allein”?

Dubito che senza la suspense di un enorme conto alla rovescia, quest’opera così tremenda avrebbe potuto perdere qualcosa: possiamo anche far finta di non vederlo, basta chiudere gli occhi per sentire tutta la tragicità di questa partitura tellurica e stridente.

La scena si è aperta in un imprecisato tempo moderno borghese. Elettra è una ragazza dai modi maschili, una virago ossessionata dal ricordo e dalla voglia di vendetta, dai molti aspetti ambigui, non ultimi un malcelato amore morboso per la sorella Crisotemide. Quest’ultima, agghindata come un bon-bon, ha invece la forza della ragionevolezza e il suo unico obiettivo è farsi una famiglia: sono le figlie dal carattere opposto di una signora dell’alta società, Clitemnestra.
Una ambientazione in economia, comunque, se paragonata alla sontuosità orchestrale.

La recitazione è stata curatissima ma non è bastata a coprire la mancanza di idee veramente forti tali da sostenere questo tipo di musica.

Fin da subito infatti ho avuto la sensazione che Konwitschny avesse voluto instaurare un braccio di ferro , una competizione drammatica con la musica di Strauss. Rimanendone ovviamente vittima quanto la famiglia di Agamennone.

L’Ora 00:00

Il finale tanto atteso, già annunciato fin dal primo monologo di Elektra, arriva con tutta la sua potenza.

Oreste non uccide Clitemnestra con l’ascia custodita gelosamente dalla sorella, né con un’altra ascia, come nel libretto, ma con una pistola.
La stessa fine fa Egisto, ma in un impeto di drammaticità cosmica, Konwitschny non si limita a portare in scena solo queste vittime. La danza isterica di Elektra, nel finale, al raggiungimento della propria vendetta, è sostituita dal massacro di tutti gli abitanti del tristo palazzo, nobili e servi indistintamente. Massacro che avviene a colpi di mitra, mentre sullo sfondo vengono proiettati fuochi d’artificio.

Non si tratta più di una vendetta familiare, ma un’affermazione di violenza totale, ingiustificata, una esemplificazione (e forse semplificazione) di una volontà “superomistica”, per cui è tutta una società che deve morire, perché muoia la violenza originaria.

Indubbiamente, è una messinscena che pone quesiti interessanti, stimolanti per chi sa o vuole “leggere la scena”. Per chi vuole invece, come me, veder rappresentata in tutta la sua potenza l’opera di Strauss sul palcoscenico, non è un allestimento che riesca a equipararne la cupezza, la violenza, la tribalità.

Mi si può obiettare: ma come non abbastanza tragica, non abbastanza tribale? Ma se nel finale muoiono tutti, come in una tragedia shakespeariana?

Il senso dell’ancestralità, dell’endemicità mitica della violenza, che si può cogliere nella partitura e nel libretto, si possono ritrovare nell’interpretazione di Konwitschny, ma in maniera troppo razionalizzata, troppo didascalica perché riescano ad appassionare quanto la musica stessa.
Nel trattare temi così drammatici e cupi, Konwitschny introduce spesso e volentieri trovate – ad esempio i fuochi d’artificio sullo sfondo – che io interpreto come indizi di un distacco quasi lucreziano, di chi ama guardare le tempeste da lontano, seduto in un posto al sicuro.
Peccato però che gli spettatori – almeno spettatori come me – amino ritrovarsi immersi nel dramma fino al collo. E di simboli banali come i fuochi d’artificio (noiosi anche quando non simbolici) non sappiano cosa farsene.


I veri protagonisti

La parte musicale è stata invece notevole.

Nel ruolo di Elektra, figurava Janice Baird, cantante nota e apprezzata, soprattutto per questa parte.

Purtroppo la Baird in quanto a volume e corposità, non reggeva il paragone della bravissima Gun-Brit Barkmin, Crisotemide: la Baird sembrava quasi voler risparmiare l’ugola e tirare fuori la voce soltanto nei forti e fortissimi, mentre la Barkmin non si è risparmiata un secondo.
Che siano note le difficoltà vocali di un personaggio come Elektra non deve renderci più accondiscendenti, al contrario. Avrei preferito sentire un’altra cantante al posto di Elektra, forse la stessa Barkmin, per quanto la Baird abbia dimostrato notevoli capacità recitative.
Oreste è stato Thomas Pursio, che fa parte dell’ensemble stabile dell’Oper Leipzig: è un cantante che non delude mai, sempre generoso in scena e interprete attento.

Ma la vera protagonista è stata l’orchestra della Gewandhaus con la splendida interpretazione di Ulf Schirmer. L’orchestra ha svettato, facendo erompere nella sala questa musica terribile con una potenza, un volume, una drammaticità impressionanti. Come è giusto che sia, trattandosi dell’Elektra di Strauss: e c’è forse un’opera più impressionante, violenta, ossessiva e ossessionante di questa?
Il maestro Schirmer è stato a mio avviso dunque – e non solo il mio – il vero protagonista di questa serata, ed è stato giustamente applaudito in maniera trionfale a fine spettacolo.

Mentre il buon caro Peter Konwitschny è stato buato….