Morrò ma prima in grazia


Quando esco dal lavoro e sgancio la mia bici
osservo il cielo dico “pioverà” o “farà bello”
c’è vento e mi devo coprire
corro là dove non arrivano le mie speranze
nel caffé che pullula di formiche in sosta
ognuna intinge il cucchiaio nella sua coppa
non è che uno sguardo che incontro
un interrogativo
o un interrogatorio?
“Voi siete le formiche, io sono la cicala”
Sarebbe bello rispondere così
ad una domanda mai posta
essere cicala oziosa all’ombra del formicaio
frinire nel grembo d’una fluente passività
e della mia operosa inopia
far immobile tempo e desco

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La versione di Giuseppe « La poesia e lo spirito


“Una cara amica dello spirito mi dona un libro, “La versione di Giuseppe”, poeti per don Tonino Bello, Accademia di Terra d’Otranto- Neobar, 2011. Ed ecco, in copertina, una mano che carezza una maschera bianca, con incisi tutti i nomi dei poeti. La carezza perpetua di don Tonino, – mi dico – e le sue parole che ardono, che palpitano ancora negli universi che si sgranano, i suoi battiti nell’ombra, gli spazi che si animano e diventano anima mundi, madre di tutte le razze erranti che si trovano insieme sulla cima, sul pinnacolo, nell’empireo e carezzano i cieli, le galassie, e si carezzano tra loro, e ogni carezza dura un secolo, mille anni per dio e per l’uomo, un tempo identico, un identico volare, un identico franare. L’amica mi riapre, d’improvviso, una radura di memorie, verdi esclamazioni, in cui fischia il vento tra i rami di mare.”

Qui sotto il testo completo

La versione di Giuseppe « La poesia e lo spirito.

 

Prosavox – Omaggio a Andrea Zanzotto


Colloquio

“Ora il sereno è ritornato le campane suonano per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza. Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco e primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appasito guardo tutte queste meraviglie”

Scritto su un muro in campagna

Per il deluso autunno,

per gli scolorenti

boschi vado apparendo, per la calma

profusa, lungi dal lavoro

e dal sudato male.

Teneramente

sento la dalia e il crisantemo

fruttificanti ovunque sulle spalle

del muschio, sul palpito sommerso in un marzo perpetuo

d’acque deboli e dolci.

Improbabile esistere di ora

in ora allinea me e le siepi

all’ultimo tremore

della diletta luna,

vocali foglie emana

l’intimo lume della valle. E tu

in un marzo perpetuo le campane

di Vesperi, la meraviglia

delle gemme e dei selvosi uccelli

e del languore, nel ripido muro

nella strofe scalfita ansimando m’accenni;

nel muro aperto da piogge e da vermi

il fortunato marzo

mi spieghi tu con umili

lontanissimi errori, a me nel vivo

d’ottobre altrimenti annientato

ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,

sola sarai fin che duri il letargo

o s’ecciti la vita.

Io come un fiore appassito

guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi

meriggio acceso di domenica

marzo senza misteri

inebetì nel muro.

Da “Ineptum, prorsum credibile”

I

Perché questa

terribilmente pronta luce

o freddissimo sogno immenso

su cui trascende

perpetuo vertice il sole,

da cui trabocchi tu, tu nella vita?

Non ha mai fondo questa nascita

mai fondo questo squallido prodigio,

no non dici, ma stai nella luce

immodesta e pur vera

nella luce inetta ma credibile,

sospinto dalla vita.

Nasci oggi col sole con la ferma

virtù che di tensioni

supreme accende

le legioni dei monti,

nella sua bocca pura

ti porta l’azzurra vita,

debole e molle stilli dall’azzurro,

debole

bianca lacrima sporgi

sul grumoso abbagliante mattino;

attraverso l’autunno

ecco il tuo segmentarti

in sale e istanti

in memoria e sapore.

Sangue e forma, stoltezza e trionfo,

gemito offerto alle chiare

vagabonde uve,

occhio nuovo al geranio allo scoiattolo.

Ma freddissimoa e immensa

sta la gloria in excelsis

oltre il grigio spigolo del mondo;

e gode di tutto il suo peso fulgente

e avanza il sole col passo precario

e audacissimo là dove la mente

non può seguirlo che a morirne.

Da “Fuisse”

Pace per voi per me

buona gente senza più dialetto,

senza pallide grandini

di ieri, senza luce di vendemmie,

pace propone e supremo torpore

l’alone dei prati la cinta

originaria dei colli la rosa

dispersa il sole

che morde tra le tombe.

Ah la cicuta e il poco

formicolio, non più, colà sepolto.

Ah l’acqua troppo tenue che mi cola

oltre la gola e gli occhi e di là di là s’invischia

in tiepidi miseri specchi

su cui l’ortica insuperbisce.

Ed ah, ah soltanto, nei modi

obsoleti di umili

virgili, di pastori castamente

avvizziti nei libri, nella conscia

terrena polvere,

ah ripeto io versato nel duemila.

– Ah – risuona il colloquio

in eterno sventato,

dovunque io passi, ovunque

l’aria mai sfebbrata mi sospinga,

la selva m’accompagni

e impari la vicenda non umana

del mio fuisse umano.

Futura età, urto di pietra

sulfureo sangue che escludi

che inintelligibili fai questi

fiori e gridi ed amori,

non-uomo mi depongo

ad attenderti senza nulla attendere,

già domani con me nel mio fuisse,

pieghe tra pieghe della terra

cieca ad ogni tentazione d’alba.

La Perfezione della Neve

Quante perfezioni, quante

totalità. Pungendo aggiunge.

E poi astrazioni astrificazioni formulazione d’astri

ssideramento, attraverso sidera e coelos

assideramenti assimilazioni –

nel perfezionato procederei

più in là del grande abbaglio, del pieno e del vuoto,

ricercherei procedimenti

risaltando, evitando

dubbiose tenebrose; saprei direi.

Ma come ci soffolce, quanta è l’ubertà nivale

come vale: a valle del mattino a valle

a monte della luce plurifonte.

Mi sono messo di mezzo a questo movimento-mancamento radiale

ahi il primo brivido del salire, del capire,

partono in ordine, sfidano; ecco tutto.

E la tua consolazione insolazione e la mia, frutto

di quest’inverno, allenate, alleate,

sui vertici vitrei del sempre, sui margini nevati

del mai-mai-non-lasciai-andare,

e la stella che brucia nel suo riccio

e la castagna tratta dal ghiaccio

e – tutto – e tutto-eros, tutto-lib.libertà nel laccio

nell’abbraccio mi sta: ci sta,

ci sta all’invito, sta nel programma, nella faccenda.

Un sorriso, vero? E la vi(ta) (id-vid)

quella di cui non si può nulla, non ipotizzare,

sulla soglia si fa (accarezzare?).

Evoè lungo i ghiacci e le colture dei colori

e i rassicurati lavori degli ori.

Pronto. A chi parlo? Riallacciare.

E sono pronto, in fase d’immortale,

per uno sketch-idea della neve, per un suo guizzo.

Pronto.

Alla, della perfetta.

“È tutto, potete andare.”

Esistere Psichicamente

Da questa artificiosa terra-carne

esili acuminati sensi

e sussulti e silenzi,

da questa bava di vicende

– soli che urtarono fili di ciglia

ariste appena sfrangiate pei colli –

da questo lungo attimo

inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,

da tutto questo che non fu

primavera non luglio non autunno

ma solo egro spiraglio

ma solo psiche,

da tutto questo che non è nulla

ed è tutto ciò ch’io sono:

tale la verità geme a se stessa,

ci vuole pomo che gonfia e infradicia.

Chiarore acido che tessi

i bruciori d’inferno

degli atomi e il conato

torbido d’alghe e vermi,

chiarore- uovo

che nel morente muco fai parole

e amori.

Da “Mistieròi”

Come élo che posse ‘ver corajo

de ciamarve qua, de farve segno co la man.

‘Na man che no l’è pi de la só onbría

cagnia e caía,

anzhi ‘na sgrifa, ma téndra ‘fa molena.

Epuro ades calcossa la tien sú,

no so se ‘n sgranf o se ‘na forzha;

par quel che l’é, la é tuta vostra,

e voi dèghe ‘l polso par ciamarve.

Dèghe ‘na pena che no la se schinche,

fè che la ponta sul sfoj no la se inciónpe.

Me par de no ‘ver gnent da méter-dó

par scuminzhiar ‘sto telex

che tut al gnent bisogna che ‘l traverse

(tut al gran seramènt

che ‘l brusa come solfer

che l’incaróla e l’untrunis.)

Ma proarò la trazha, almanco, de ‘n amor –

fora par là inte ‘l scur

orbo dei pra del passà.

Cussì

………………

[ ]

Cussì, sote ‘l camin squasi stusà

se ‘n tosatèl cardéa

par quela finestrela cèa

in medo ala fulisca

(ah che bel blu, che arjento,

che grisoi de l’inverno inbarlumidi

de ciaro e neve inte la finestrela):

chi èrelo, pò, che passéa, che batéa

su quel viero, e sparía

no so se zhotegando o se ‘nte ‘n bal;

èreli tuti lori, none, del vostro ténp,

cola so fan de radici la só sé

de vin pìzhol,cole so fadighe che

le ghe ‘vea ingropá tuta la figura

fin squasi a canbiarghe natura?

Ma co mi, tosatèl, quant maturloni

e quant de bona vója, sempre, e boni…

E mi i vede, me par, farme ‘n póch marameo,

zhignarme, ridolar, pò farme ciao…

……………………………….

Piccoli, poveri mestieri. Come posso aver coraggio / di chiamarvi qui, di farvi cenno con la mano./ Una mano che non è più della sua ombra /gretta e avara, / anzi una grinfia, ma tenera come mollica. / Eppure qualcosa adesso la sostiene, / non so se un crampo o una forza;/ per quel che vale, è tutta vostra /e voi datele la forza di chiamarvi. / Datele una penna che non si torca, / fate che la punta sul foglio non inciampi./ Mi pare di non aver nulla da buttar giù/ per dare inizio a questo telex/ che tutto il nulla deve attraversare/(il gran serrarsi di gola/che come zolfo brucia/ che corrode e intontisce)./Ma tenterò la traccia, almeno, di un amore- /fuori di là nel buio /pesto dei prati del passato. / Così

………………
[ ]
Così, sotto il camino quasi spento, / se un ragazzetto guardava / attraverso quella minuscola finestra/ che chiara appariva ancora sotto sera / in mezzo alla fuliggine / (ah che bel blu, che argento, che brividi d’inverno abbacinanti / di neve e luce nella finestrella): / chi era mai che passava, che batteva / su quel vetro, e spariva / non so se zoppicando oppur danzando; / erano tutti lor, nonne, quelli del vostro tempo /con la loro fame di radicchi, con la sete / di vinello, con le fatiche che / ne avevano contorto tutta la figura / fino a modificarne quasi la natura? / Ma con me, ragazzetto, che mattacchioni, / e quanto di buon umore e sempre buoni…/ E li vedo, mi pare, far marameo, /ammiccarmi, ridere sottilmente, poi farmi ciao…

Da “Filò”

Vecio parlar che tu à inte’l tó saór

Un s’cip del lat de la Eva,

vecio parlar che no so pi,

che me se á descunì

dì par dì ‘inte la boca ( e no tu me basta);

che tu sé cambià co la me fazha

co la me pèl ano par an;

parlar porét, da porei, ma s’cèt

ma fi, ma tóch cofà ‘na branca

de fien ‘pena segà dal faldin (parché no bàstetu?)-

noni e pupà i é ‘ndati, quei che te conosséa,

none e mame le é ‘ndate, quele che te inventéa,

nóvo petèl par ogni fiòl in fasse,

intra le strússie,i zhighi dei part, la fan ei afanézh.

Girar me fa fastidi, in médo a ‘ste masiére

De ti, de mi. Dal dent cagnin del tenp

Inte ‘l piat sivanzhi no ghén resta, e manco

De tut i zhimiteri: òe da dirte zhimithero?

Elo vero che pi no pól esserghe ‘romai

Gnessun parlar de néne-none-mame? Che fa mal

Ai fiói ‘l petel e i gran maestri lo sconsiglia?

Èlo vero che scriverte,

parlar veci, l’é massa un sforzh, l’é un mal

anca par mi, cofà ciór par revèrs,

par stròlt, far ‘ndar fora le corde de le man?

Ma intant, qua par atorno, a girar pa’ i marcà,

o mèjo a ‘ndar par canp e rive e zhope

là onde ch’l gal de cristal canta senpre tre òlte,

da juste boche se te sent. Mi ò pers la trazha,

lontan massa son ‘ndat pur stando qua

invidà, inbulonà, deventà squasi un zhoch de pionbo,

e la poesia non l’é in gnessuna lengua

in gnessun logo – fursi- o l’é ‘l busnar del fógo

che ‘l fa screcolar tute le fonde

inte la gran laguna, inte la gran lacuna –

la é ‘l pien e ‘l vodo dela testa-tera

che tas, o zhigna e usam un pas pi in là

de quel che mai se podaràe dirse, far nostro.

Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi

te desmentegarà senzha inacòrderse,

ghén sarà osèi –

do tre osèi sói magari

dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:

doman su l’ultima rama là in cao

in cao se zhiése e pra,

osèi che te à in parà da tant

te parlarà inte’l sol, inte l’onbria.

L’ora se slanguoris inte’ l zhendre del scaldin,

l’é l’ora de des’ciorse, de assar al calduzh, al coàt.

Ma da ste poche bronzhe de qua dò,

dai fià dei lò de qua dò,

si i fii, si i fii

de insoniarse e rajonar tra lori se filarà,

là sù, là par atorno del ventar de le stele

se inputhaa i nostri mili parlar e pensar nóvi

inte ‘n parlar che sarà un par tuti,

fondo come un basar,

vért sul ciaro, sul scur,

davanti la manèra inpiantada inte ‘l scur

col só taj ciaro, ‘pena guà da senpre.

(Disèe manèra, disèe taj,

e l’era sol che ‘ba sguinzhada

un jozholar de débol miel

de lustri mèsteghi de bròse e guazh).

(Disèe fii, disèe fià,

e co le ònge intive sol che in

s-césene – noi – de calcossa

desconpagnà sparpagnà

inte la lópa de un posterno eterno)

(Disèe, disèe )

[A RÈITIA SANATRICE]

(‘Note, ‘note; ‘l filò l’è finí)

Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore / un gocciolo del latte di Eva, / vecchio dialetto che non so più, / che mi ti sei estenuato /giorno per giorno nella bocca (e non mi basti); /che sei cambiato con la mia faccia /con la mia pelle anno per anno;/ parlare povero, da poveri, ma schietto / ma fitto, ma denso come una manciata / di fieno appena tagliato dalla falce (perché non basti?)- /nonni e babbi sono andati, loro che ti conoscevano, /nonne e mamme sono andate, loro che ti inventavano /nuovo petél per ogni figlio in fasce / tra gli stenti, le grida di parto, la fame, le nausee. /Girare mi dà fastidio, in mezzo a queste macerie /di te, di me. Dal dente accanito del tempo /avanzi non restano nel piatto, e meno di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero? / È vero che non può esserci più ormai / nessun parlare di néne-nonne-mamme? Che fa male/ ai bambini il petèl e gran maestri lo sconsigliano?/ È vero che scriverti, / vecchio parlare, è troppo faticoso, è un male /anche per me, come prendere a rovescio, /per obliquo, far slogare i tendini delle mani? / Ma intanto qui attorno, girando per i mercati, / o meglio andando per campi e clivi e balze /là dove il gallo di cristallo canta sempre tre volte, / da giuste bocche ti si sente. Io ho perduto la traccia / sono andato troppo lontano pur rimandendo qui /avvitato, imbullonato, diventato quasi un ceppo di piombo / e la poesia non è in nessuna lingua / in nessun luogo – forse – o è il rugghiare del fuoco / che fa scricchiolare tutte le fondamenta / dentro la grande laguna, dentro la grande lacuna -, / è il pieno e il vuoto della testa-terra /che tace, o ammicca e fiuta un passo più oltre / di quel che mai potremmo dirci, far nostro. / Ma tu, vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini / ti dimenticheranno senza accorgersene, / ci saranno uccelli – / due tre uccelli soltanto magari / dagli spari e dal massacro volati via – : / domani sull’ultimo ramo là in fondo / in fondo a siepi e prati, / uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo, / ti parleranno dentro il sole, nell’ombra./ / L’ora illanguidisce nella cenere dello scaldino, / è l’ora di andarsene, di lasciare il calduccio del covo. / Ma dalle poche braci di quaggiù, / dai fiati dei filò di quaggiù, / se i fili, se i fili / del sogno e della ragione tra loro si fileranno, / lassú, nei dintorni del tirar vento di stelle, / si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi / in un parlare che sarà uno per tutti, / fondo come un baciare, / aperto sulla luce, sul buio,/ davanti la mannaia piantata nel buio / col suo taglio chiaro, appena affilato da sempre.// (Dicevo mannaia, dicevo taglio / ed era solo uno sprizzare / un gocciolare di debole miele / di miti luci di brine e rugiade.) / (Dicevo fili, dicevo fiati,/ e con le unghie incappo solo in schegge – noi – di qualcosa / scompaginato sparpagliato / nel muschio di un a-nord eterno.) / Dicevo dicevo ) / [A RÈITIA SANATRICE] / (Buona notte, buona notte; il filò è terminato)