Threnos


Stasera ho avuto il piacere di incontrare di persona la splendida Lucia Tosi a Venezia. Abbiamo ripercorso dei tratti di Venezia insoliti – tratti urbani, architettonici e gastronomici, ma soprattutto abbiamo goduto della compagnia reciproca. La serata è scorsa in fretta, troppo in fretta, anche se dolcemente, e con molta dolcezza Lucia mi ha riaccompagnato alla stazione ferroviaria. E mentre viaggiavo in treno,  Lucia ha continuato ad accompagnarmi con la sua dolcezza in maniera silenziosa fino a casa,per tutto il viaggio verso Sacile, scrivendo questa magnifica poesia (calda calda come uno zaleto appena sfornato):

Si diceva di gente sana che tenga i piedi per terra

che scriva, se ne è capace, se ha qualcosa da dire

ma che non pensi la vita come tutta nelle parole

scritte, ché, come la metti, sempre finzione è

e non è vita. questa scorre, non sempre ci esalta:

anzi, a dire il vero, a pensarci è piatta come una pianura,

assolata o piovosa, son dettagli: sul fondo la certezza della noia.

tornando, il bus gareggiava sul ponte con un treno che, uscito di stazione,

– ed era di sicuro il tuo, le undici o giù di lì – andava lento e pareva

lasciasse vincere le ruote in un’illusione di gara. ora un soprassalto

lo spingeva avanti e le teste scomparivano alla vista, ora un improvviso

rallentamento mi rimetteva sotto gli occhi il ragazzo e la giovane

con le dita e le braccia intrecciate sopra il tavolino: una volta, due volte,

tre! ecco la vita e i piedi per terra: lui che la trae a sé e la bacia ridendo,

e ancora e ancora. dietro il treno e dietro le mie spalle

stavi tu laguna, e tu luna invisibile. io a sognarvi entrambe,

senza vedervi in figura, con i bastioni dei cavalcavia

in ipnosi alcolica dentro gli occhi, ho pensato: ecco, il solito

scacco, la vita è qui e quando la vedo pulsare mi ammalo di parole,

la penso da subito in parole. opera aperta, in fieri, non so.

era poco fa.

 

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Il Giorno dei Morti


Le castagne arroste sanno solo di nebbia e di vita bruciata.
Con un sorso
la si lava dal mondo
è sepolta in eterno
nello stomaco dell’universo.

Il mio occhio cerca l’orizzonte
e vi chiama
Con voce arrugginita
Ma è solo il fumo delle foglie secche
e i gusci spinosi
di questo novembre
e il suo sguardo consapevole
prima del buio imminente

Vi aspetto nel silenzio
di una terra rivoltata
resa fertile dalla più grande
umiltà delle cose
prolifica dall’assenza
di una società sterile

Vi aspetto
e nel vostro specchio
guardo le rughe
che il grande Vomere
ha passato su di me

E mi dico
con grande e stolida pietà
che un giorno non tardi
berrò anch’io dal ventre della Balena
come una caldarrosta trangugiata
troppo in fretta

saprò il gusto
dell’oscuro e della cenere
il disfarsi
di ossa, carne e parole
nel grembiule
che mi porgerete
di nuovo pieno
davanti al camino
crepitante
dell’ ultimo disperato senso