In memoria di Christa Wolf


Per ricordare la grandissima scrittrice tedesca, morta oggi 1 dicembre 2011 a Berlino a 82 anni, pubblico uno stralcio della parte finale di Die Stadt der Engel, l’ultimo suo romanzo, non ancora pubblicato in Italia, la cui recensione si può trovare nel blog di Sul Romanzo

Death Valley. Sì, così mi sono sempre immaginata i deserti, montagne di sabbia brillanti e senza fine. Alla stazione di servizio i cartelli di avvertimento, di non avventurarsi mai da soli nel deserto, né a piedi né in macchina, e mai senza risorse d’acqua. Ogni anno gli si offrivano sempre vittime sacrificali.
La valle della Morte. La valle dei Morti. Laggiù ci sono tutti, tutti i miei Morti, e si tormentano nelle loro tombe, mentre passo loro accanto. Guarda, dice Angelina. Da quanto tempo mi è stata vicina? Da quanto tempo volavamo in quel paesaggio? Pensavo, forse i morti volevano dirmi qualcosa.
Angelina, che leggeva i miei pensieri, disse: No. Questa è una falsa credenza dei viventi, che i Morti abbiano un messaggio per loro. Quand’erano in vita, non erano loro stessi più intelligenti, dei viventi di oggi.
Nella morte non si impara nulla. Triste, pensavo.
Angelina non prestava attenzione agli umori. Non voleva proprio sapere, se io avessi paura del sinistro potere d’attrazione dei Morti.
Passammo volando la costa. L’incomparabile sensazione del viaggio, con Angelina accanto a me.
Sapevo bene, che si trattava di un addio. Anche se una meta è raggiunta, Angelina, perché manca sempre la sensazione del compimento? Una parola mi venne alle labbra, una parola che da settimane avevo cercato senza saperlo: provvisorio.
Una meta provvisoria porta a un compimento provvisorio.
Angelina rise: Ma non è sempre così, no?
Passammo dal confine a nord direttamente nello smog denso della periferia di Los Angeles.
(..)
Le mie ossessioni non mi tormentavano più. Ora per la prima volta in sogno – in sogno, Angelina!- avevo un’idea di cosa doveva trattarsi. Di cosa sarebbe dovuto trattarsi. La Terra è in pericolo, Angelina, e quelli come noi si preoccupano di non venirne danneggiati nell’anima.
Queste sono le uniche preoccupazioni, che hanno una ragione d’essere, disse Angelina, perché tutte le disgrazie nascono da lì. Il vento le arrovesciava i capelli. È bello il nero, dissi, dopo che l’avevo contemplato a lungo al suo fianco.
Ci avvicinammo a Venice. Riconobbi gli edifici, le strade piccole, le piazze sulle quali si esibivano gli artisti di strada, anche oggi. Davanti a noi si stendeva l’arco immacolato della baia da Santa Monica a Malibu. (..)
Non dovrei compiere un arco, un giro tutt’attorno a me stessa, ora? dissi. Per ritornare all’inizio?
Fallo, disse lei imperturbabile.
E gli anni passati a raggiungere le mie mete? Devo gettarli al vento, così?
Perché no?
La vecchiaia, Angelina, la vecchiaia lo vieta.
Angelina non aveva alcuna idea della vecchiaia. Aveva tutto il tempo del mondo. Voleva trasmettermi la sua spensieratezza. Voleva che io gustassi questo viaggio. Voleva che io guardassi in basso e, prendendo commiato, fissassi per sempre nella mente la grandiosa linea della baia, le sue onde bianche e schiumose, che si abbattevano sui porti, le linee di sabbia davanti alle strade costiere, le file di palme e l’oscura catena montuosa nello sfondo.
E i colori. Ah, Angelina, i colori! E questo cielo.
Sembrò contenta, e passò via in silenzio, con me al suo fianco.
Dove siamo dirette?
Questo non lo so.

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