Das Schlaue Füchslein


L’Oper Leipzig ha messo in scena sabato sera la prima della Piccola Volpe Astuta di Janácek (Das Schlaue Füchslein, nella versione tedesca basata sulla traduzione di Max Brod) nell’allestimento della regista olandese Lotte de Beer.
Si è trattato di una nuova versione della stessa, de-animalizzata o meglio de-disneyzzata, se così si può dire.
Il sipario non svela una foresta: alle note struggenti dell’ouverture una vecchietta cerca ostentatamente di alzarsi e prendere il girello.
Il palcoscenico ruota su se stesso e mostra le varie scene: siamo in un ospizio, c’è la stanza in cui un vecchietto cerca di guardare la tv (il tasso), ecco lo studio del direttore che litiga con una bella infermiera (Teryinka), sua amante, ecco alcuni ospiti dai capelli grigi che discutono (la zanzara e la rana) poi ecco arrivare una nuova coppia di anziani vestiti di rosso, e dai capelli fulvi.
Come si capisce dalla storia, un anziano coniuge accompagna in questa clinica-ospizio la moglie (la piccola volpe astuta), che la messinscena ci fa intuire malata di Alzheimer, o comunque delirante.
La volpe astuta pronuncia le sue prime parole “Mamma..mamma…che roba è? si mangia?” mentre prende un vaso e assaggia la terra.
In questa cornice grigia e deprimente, la fiaba entra con la caratteristica del surreale, grazie al pretesto della malattia, del delirio: un tratto in fondo malato, ma affascinante, una proiezione della coscienza malata della nuova ospite, la volpe astuta.
L’azione scenica quindi si svolge in un continuo trapasso tra la “realtà” dell’ospizio e la surrealtà, l’oniricità indotte dalla malattia, sottolineati da un ottimo gioco di luci e da una gestualità rallentata.
Con questa interpretazione scenica, ad esempio, l’incontro con la volpe maschio acquista una profondità nuova: nella mente delirante della volpe astuta è un primo incontro – come appunto nel libretto – nella realtà è invece la visita del coniuge che va ad assistere la moglie.
Così, quando la povera signora malata che si crede di essere una volpe si chiede “Che c’è di speciale in me? Sono davvero così bella?”, mentre il marito va a prenderle il coniglio, ovvero va a prendere il piatto con la pappa per imboccarla, si raggiunge un livello ancora più penetrante di pathos, di malinconia, di struggimento.
Diventa un momento davvero straniante, forse troppo patetico per certi gusti, ma senza dubbio commovente.
Si potrebbe obiettare che inscenare la vita in un ospizio sia in fondo una forma di patetismo facile: ma non è un patetismo altrettanto facile, quello disneyano della povera volpe che muore in scena con tanto di coda e tutto?
In fondo, forse, siamo troppo abituati a un certo minimalismo sentimentale da confondere spesso pathos con patetismo.
Non ho trovato eccessivo né di cattivo gusto questo allestimento, come invece altri del pubblico hanno protestato.
Ho trovato invece lodevole questa messinscena della De Beer, una vera interpretazione dalla particolarità di saper rendere il fiabesco per contrasto, in maniera negativa.
È in una cornice cosí grigia infatti che il mondo colorato fiabesco, indotto dalla malattia, acquista contorni e potenza maggiore: al punto che le parole del guardacaccia “È fiaba o è realtà?” assumono tutto il loro peso, una rinnovata drammaticità.
Ci vuole coraggio a pensare di tramutare la foresta un ospizio: lo dico senza sarcasmo.
È una scelta senza dubbio molto pericolosa inscenare il grigio di vite che se ne vanno, proprio con un’opera che invece tradizionalmente (e superficialmente) è colorata e fiabesca.

Invece si tratta di un’operazione interessante e ben condotta, a mio avviso, perché comunque si sente la volontà di aderire al libretto, in maniera non pedissequa, ma reinterpretandolo. La volontà insomma di evidenziare certe tematiche, certe prospettive che sono già nel libretto stesso, nella musica stessa: il continuo e enigmatico fluire della vita, dalla giovinezza alla vecchiaia alla morte, quasi senza senso (di qui l’enigma della scena finale), quasi come uno sberleffo.

Le contestazioni finali (proporrei anche qui il quesito del guardacaccia: fiaba o realtà? contestatori posticci o reali? non è dato sapere) sono state forse comprensibili: certo, chi si aspettava di vedere volpi in scena con tanto di codone e pelliccia, travestimenti animaleschi e scenografie alla Disney è rimasto fortemente deluso.
Dico: “forse comprensibili”. Le contestazioni a questa messinscena mi lasciano molto perplessa, visto che all’Oper Leipzig sono passate altre messinscena, queste sì senza capo né coda, nell’indifferenza e accettazione del pubblico.

Dissento da queste contestazioni e anzi rilancio dicendo che la messinscena è stata invece il pezzo forte di questa première.
La prestazione vocale infatti è stata minore a mio avviso se paragonata alla recitazione. Questo discorso è applicabile un po’ per tutti i cantanti protagonisti: la volpe, Eun You You, è riuscita a tratteggiare perfettamente una vecchietta affetta da Alzheimer; la volpe maschio, Kathrin Göring, è stata un marito volpe anziano, assolutamente credibile; il guardacaccia-direttore Tuomas Pursio, ottimo attore di grande prestanza.
Purtroppo, insomma, ancora una volta i membri dell’ensemble (non tutti, ma la maggior parte) si sono dimostrati ottimi attori, ma cantanti “buoni” e non eccelsi.
Buona la direzione di Matthias Foremny alla guida della Gewandhausorchester e molto buona la prestazione del coro, sotto la guida del nostro Alessandro Zuppardo.

Spero che non sia un’illusione vana, la speranza di poter assistere più in là e finalmente a una recita o anche a una prima dove il livello vocale sia equiparato se non superiore a quello registico, qui, all’Oper Leipzig.

Roberto R Corsi: Prevalebunt (ovvero di fauci trascurate)


“Il virus del lavoro gratuito o a pagamento in campo poetico e critico si corrobora e propaga mediante i seguenti catalizzatori, parecchio sottostimati e sottaciuti benché mi sembri di riscontrarli quotidianamente e copiosamente: il dumping critico, il ducamantovanesimo redazionale e premiale, lo SLAP. Un vero Cerbero… Andiamo a esaminarlo testa per testa…” Questo articolo molto interessante di Roberto R Corsi

continua qui.

È tutto il giorno che nevica


È tutto il giorno che nevica, nevica di traverso, nevica, fiocca forte, fiocca grande ed è nevischio gigante che si sfascia per terra, in questa malinconia grigia fredda e appiccicosa ogni piccolo pensiero si squaglia, anche quello che ho lasciato a casa ombrello e cappello.

Un Tè all’Oppio, per favore


Ti svegli la domenica mattina, fuori c’è la neve, un freddo cane. Apri il pc. Leggi che Whitney Houston è morta di overdose a 48 anni, che un poeta cinese è stato condannato a 7 anni di carcere per una poesia in cui dice due parole contrarie al regime, leggi che un bravo giornalista Onofrio Pirrotta è morto, pensi al Papa che è ancora vivo e vegeto, ad esempio, pensi alla tua banca che non potrebbe scoppiare più di salute e ti viene voglia di bere un tè all’oppio. Garçon!

Quando scrivere poesie è reato


Questo succede in Cina, nella Cina partner commerciale italiano, leader economico….

«Quesi versi sono sovversivi».
Nel testo esortava a scendere
in piazza per «scegliere il futuro»
7 anni di carcere a un poeta, Zhu Yufu,  “reo” di aver scritto una poesia “sovversiva”:

Lo riporta La Stampa.


Forse un mattino


Un amico mi ha ricordato questa poesia.E adesso mi è entrata in testa e non vuole più andare via. Come è vera.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
Alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
Tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale