Animamadre di Nina Maroccolo


Animamadre di Nina Maroccolo è un’opera eccentrica che va avvicinata, sospendendo ogni pregiudizio, ogni categoria letteraria e di genere.

Si presenta nella forma di un diario: a scriverlo è Viola, l’io-narrante (uno dei tanti, come si vedrà nel corso della lettura). Il pretesto è la terapia, o meglio la psicoterapia: come altri illustri precedenti (vedi Italo Svevo, ma sopra tutti Giuseppe Berto, il cui Male Oscuro è infatti una delle prime citazioni) : dal diario inteso come forma terapeutica, nasce una cronaca di vita interiore,  un vero viaggio letterario nella notte dell’Io.

 

Nina Maroccolo sceglie – o meglio sembra  scegliere, più in là dirò il perchè di questa precisazione – una struttura antinomica, cioè contrastante: a livello strutturale, la narrazione è sospesa fra quotidianità da una parte e oniricità e surrealismo dall’altra.

Questo porta da un lato a  una prosa scarna e dall’altro a una prosa immaginifica, che lascia il posto alla poesia e perfino a pagine teatrali.

Ancora, da un lato,  troviamo personaggi reali e dall’altro l’impersonificazione archetipica degli stessi in personaggi mitologici, figure letterarie e perfino animali: personaggi dell’immaginario nordico si inframmezzano a personaggi di un mondo tradizionale sardo fuori dal tempo – personaggi davvero vissuti? la domanda non ha più importanza,dal momento che occupano un posto nell’IO della narratrice;il guerriero vichingo Wiking Jon, ad esempio, figura della mitologia nordica, si accompagna alla figura di Carmela, ai canti popolari sardi, che vengono riportati quasi senza traduzione nel testo; il passero di Fjodor (Dostoevskij) fa capolino piú di una volta, in maniera ricorrente nel testo, c’è perfino S.Agostino, quale alter ego letterario dell’io narrante.


Non c’è soluzione di continuità fra personaggi reali e personaggi letterari o archetipi letterari: tutti sono protagonisti della vita interiore di Viola.
In fondo, Viola è una scrittrice: la discesa nel suo IO è la discesa in una delle sue ragioni di vita, la letteratura.

È un paradosso, se ci pensiamo: Viola cerca di curare se stessa con una parte di se stessa che forse è la causa del suo stesso malessere, l’Arte.
Ma è davvero possibile curare l’IO con la letteratura, con l’Arte? O non è piuttosto fallimentare, fagocitante, causa scatenante di altre ossessioni e ansie?

La forma diaristica, nel suo continuo comporsi al momento, ci rende più che lettori, in questo caso i lettori di Animamadre diventano quasi gli stessi terapeuti di Viola, che ascoltano le sue peripezie, i suoi drammi inconsci  sublimati in scene letterarie.
Insomma la lettura stessa è la terapia: mi verrebbe da dire, con un calembour, che la lettura è la terapia della letteratura.


Viola è anche lettrice: lettrice di letteratura, e quindi, di se stessa.
In quanto lettrice, Viola è anche terapeuta di se stessa.
Si mette in pratica un circolo vizioso, o meglio un buco nero, una spirale da cui l’uscita è a suo modo fallimentare.

Ma è proprio in questo fallimento personale che l’Arte sembra in fondo ricavare il suo spazio vitale.

Alcune frasi, alcuni passaggi, apparentemente ininfluenti,sono state delle vere chiavi di volta nell’apprezzamento di questo testo ricco ma difficile.

“Il diario non dichiara la realtà, è pretesto letterario” pag.152

Gli archetipi, i miti fanno coincidere letteratura e ego. Archetipi ricorrenti, quali il crotalo, il serpente, ovvero la Lachesis, figura mitologica e nome della cura seguita da Viola.

E’ proprio questa Lachesis che rende ancora una volta evidente il patto “diabolico” fra l’io-narrante e l’arte: la sua cura, l’arte, è il suo stesso veleno, esattamente come Lachesis, che cura avvelenando.


“Donna Maria infilò la mano là sotto dove si racconta un dolore. Dove si può bramare ancora nutrimento” pag.159

Trasposto su un altro piano, la cura attraverso la letteratura  è un viaggio verso se stessi. Ovvero, come la descrizione di Donna Maria ci lascia intuire, cercare dentro se stessa il nutrimento, infilando lo sguardo – anzi, più di uno sguardo, una ricerca in tutti e con tutti i sensi, istintiva, quasi tattile – del sé nascosto, un sé che nasce e rimane invischiato in un magma di dolore e fantasie.


Ma perché usare la letteratura, ovvero la suggestione delle parole, ovvero perché usare la parola è causa di nuove ossessioni?
Perchè ci dice più avanti nel testo, la parola è martirio.

“Con ironia beffarda, l’uomo usa la parola. Essa diviene catena di montaggio infausta; le parole accadono in processionaria, una dietro l’altra, quel tanto da sembrare forgiate da una ligia educazione. Per comprendere, troppo tardi, che la loro è un’unione distruttiva pronta a minare la corteccia esterna e lentamente intridere i centri vitali dell’organismo terrestre (..)”pag.188

E’ la catena di montaggio della parola ad ammazzare, o ad avvelenare: eppure non c’è altro scampo, non c’è altra scelta.

 

Ho accennato più sopra a una struttura antinomica di questo testo: ciò però non deve trarre in inganno, perchè questa struttura non è in nessun modo rigida. Il termine “struttura” mi serve a identificare meglio un rincorrersi di antinomie in tutto il testo.

Ma, ripeto, questo termine trae in inganno, se siamo indotti a pensare a una struttura rigidamente speculare o simmetrica. Non è così. La non-struttura di Animamadre è piuttosto un ciclo continuo, una continua spirale che non ha un vero inizio, nè una vera fine. Come d’altronde è intuibile dallo schema approssimativo che avete trovato prima.

 

E’ un’opera, che, proprio per la forma pretestuale usata, il diario, si rivela frammentaria senza un vero sviluppo dialettico (antefatto-svolgimento-conclusione). Questo mi fa anche pensare che la ricerca di un filo conduttore ben preciso e superficialmente evidente in un testo di prosa sia in fondo solo un’abitudine inveterata: ma non sempre necessaria, a essere sincera.


Animamadre non è quindi un testo “scorrevole”, come erroneamente viene definito nella postfazione.

Non si tratta di un romanzo, innanzitutto, perchè il romanzo segue linee e sviluppi nella trama e nei personaggi ben evidenti. Ad avallo di quanto già detto sulla struttura non-struttura circolare, spiraliforme del testo, basti pensare che la fine di Animamadre è in realtà un invito alla lettura: un invito a leggere proprio quando la lettura effettiva è terminata.

Il che equivale a dire: leggere è ri-leggere, è non fermarsi alla superficie.

Lo stile non è asciutto, anzi è un  continuo fiorire di immagini ricche di simboli, archetipi, analogie, associazioni.

Certo però in un punto la postfazione mi trova d’accordo: è incisivo, ma è incisivo proprio perchè NON è scorrevole.

Proprio perchè le parole non scorrono, non fluiscono via, ma sono scolpite e pesano come pietre, a volte.
Non è un testo quindi di lettura facile, bisogna ammetterlo. Ma questo certo è un pregio, a mio avviso. Tra parentesi, ci sarebbe da aprire una discussione sulla questione della “scorrevolezza” di un testo letterario: si tratta davvero di un pregio? O non piuttosto di un rischio d’annacquamento?

Edizioni Tracce, 2012
Narrativa collana I Cammei
pp. 224
€ 16,00
ISBN 978-88-7433-684-5
Dimensioni cm. 19×14

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Madrid


Questo è un mio pensiero, non è un saggio, è solo un’opinione. Sono perplessa. MI chiedo perchè la maggior parte dei blog che conosco parli della questione di Carofiglio, che è già sotto gli occhi di tutti e di tutti i giornali (forse per guadagnarsi un poco di visibilità, cavalcando l’onda del già detto e dell’ “in corso di dicitura”?).
Se andassimo un poco più in profondità, invece, e provassimo a rivolgere lo sguardo oltre l’Italia, a ricercare notizie sulla rivolta di Madrid, ad esempio? Come mai non se ne parla nei giornali italiani? Ma si possono ottenere informazioni solo sui siti web? Tipo questo: a Madrid, nella civilissima Spagna, si è sparato sulla folla che diceva “Voi non ci rappresentate”. Pensiamoci.

Poi magari scopriremo che alla base dell’affaire editorial-letterario dell’anno c’è esattamente lo stesso motivo per cui in Italia non succederà mai quello che sta succedendo a Madrid.

http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/protesta_indignados_madrid_cariche_polizia.html

Melinda Nadj Abonji a Pordenonelegge


Sono rientrata quasi per caso in Italia e quasi per caso leggo che, nell’ambito di Pordenonelegge,  Melinda Nadj Abonj sabato 22 settembre presenta insieme alla scrittrice italo-serba Elvira Mujcic la traduzione italiana del suo romanzo “Tauben Fliegen Auf” ( “Come l’aria”) edito dai tipi di Voland.
Alla conferenza che si è svolta nel palazzo della Provincia a Pordenone ha partecipato un pubblico anche abbastanza numeroso, rispetto ai pochi presenti in sala che avevano effettivamente letto i libri in questione. Il titolo: “L’identità difficile”.

Nonostante la moderazione un poco superficiale di Lorenzo Marchiori, che ha volutamente  tralasciato – sbagliando –  il motivo politico, e cioè, l’insorgenza delle rivendicazioni nazionaliste, come base, causa, origine delle storie raccontate dalle due autrici; la serata si è svolta con una notevole empatia tra pubblico e le stesse. La mia impressione, nonostante il dramma umano della Elvira Mujcic, di un ritorno nella sua Srebrenica, dopo il genocidio, è stata che comunque Melinda Nadj Abonji avesse una consapevolezza maggiore sul tema dell’identità. Solo lei ha infatti ribadito come causa di conflitto il concetto stesso di “integrazione”. L’integrazione, dice Melinda, è un concetto fallimentare, perché non si può pretendere che un popolo assuma l’identità di un popolo diverso – o che uno stesso popolo abbia un’identità. Cito le sue testuali parole: identità, identitas vuol dire “lo stesso” e essere lo stesso non è dato. Invece bisogna riconoscere le differenze e in queste differenze scoprire le somiglianze, al di là di concetti nazionalisti identitari.

Solo lei ha ricordato, come all’origine delle rivendicazioni nazionaliste e della guerra balcanica, ci sia anche una responsabilità europea (specificamente, il riconoscimento da parte della Germania alla Croazia come popolo indipendente, in virtù di un superato e controproducente “principio di autodeterminazione dei popoli”).

Confesso di avere un debole per la scrittura di questa autrice svizzera-serbo-ungherese, che reputo una delle scrittrici europee più interessanti,  fin da quando mi capitò di leggere il suo Tauben Fliegen Auf! subito dopo la sua vittoria al Deutsches Buchpreis della Fiera di Francoforte. La sua è una scrittura tagliente e drammaticae anche molto musicale, nonostante i lunghissimi periodi in cui discorsi diretti e indiretti sembrano accavallarsi fra di loro, e taglienti e più incisivi sarebbero stati i suoi interventi, se non ci fosse stato bisogno dell’interprete (che, purtroppo, spesso tralasciava frasi importanti o non coglieva certe sfumature di senso molto importanti – come la differenza fra “nazionale” e “nazionalista”), cosa che in qualche modo ha impedito a Melinda di potersi esprimere liberamente e di imporre alla discussione il suo giusto peso intellettuale.

La moderazione, infatti, ha volutamente cercato la leggerezza, in un tema, quello del confronto fra etnie diverse, che può e DEVE essere invece una polveriera di discussione, soprattutto in Italia, soprattutto in province a grande percentuale leghista e benpensante come quella di Pordenone,  dove magari popolazioni come quelle da cui provengono Melinda e Elvira sono oggetto di pregiudizi e ripudio, se non odio, sociale.

Ho poi avuto il piacere di scambiare un paio di chiacchiere con la stessa Melinda: una ragazzina con il viso di una gran donna dai capelli lunghi leggermente brizzolati, molto cordiale, ma mai leziosa, né distante. Di sicuro una personalità letteraria – e non solo – da seguire in ogni sua nuova opera.

Come L’Aria, edito da Voland, con un’ottima traduzione di Roberta Gado