Melinda Nadj Abonji a Pordenonelegge


Sono rientrata quasi per caso in Italia e quasi per caso leggo che, nell’ambito di Pordenonelegge,  Melinda Nadj Abonj sabato 22 settembre presenta insieme alla scrittrice italo-serba Elvira Mujcic la traduzione italiana del suo romanzo “Tauben Fliegen Auf” ( “Come l’aria”) edito dai tipi di Voland.
Alla conferenza che si è svolta nel palazzo della Provincia a Pordenone ha partecipato un pubblico anche abbastanza numeroso, rispetto ai pochi presenti in sala che avevano effettivamente letto i libri in questione. Il titolo: “L’identità difficile”.

Nonostante la moderazione un poco superficiale di Lorenzo Marchiori, che ha volutamente  tralasciato – sbagliando –  il motivo politico, e cioè, l’insorgenza delle rivendicazioni nazionaliste, come base, causa, origine delle storie raccontate dalle due autrici; la serata si è svolta con una notevole empatia tra pubblico e le stesse. La mia impressione, nonostante il dramma umano della Elvira Mujcic, di un ritorno nella sua Srebrenica, dopo il genocidio, è stata che comunque Melinda Nadj Abonji avesse una consapevolezza maggiore sul tema dell’identità. Solo lei ha infatti ribadito come causa di conflitto il concetto stesso di “integrazione”. L’integrazione, dice Melinda, è un concetto fallimentare, perché non si può pretendere che un popolo assuma l’identità di un popolo diverso – o che uno stesso popolo abbia un’identità. Cito le sue testuali parole: identità, identitas vuol dire “lo stesso” e essere lo stesso non è dato. Invece bisogna riconoscere le differenze e in queste differenze scoprire le somiglianze, al di là di concetti nazionalisti identitari.

Solo lei ha ricordato, come all’origine delle rivendicazioni nazionaliste e della guerra balcanica, ci sia anche una responsabilità europea (specificamente, il riconoscimento da parte della Germania alla Croazia come popolo indipendente, in virtù di un superato e controproducente “principio di autodeterminazione dei popoli”).

Confesso di avere un debole per la scrittura di questa autrice svizzera-serbo-ungherese, che reputo una delle scrittrici europee più interessanti,  fin da quando mi capitò di leggere il suo Tauben Fliegen Auf! subito dopo la sua vittoria al Deutsches Buchpreis della Fiera di Francoforte. La sua è una scrittura tagliente e drammaticae anche molto musicale, nonostante i lunghissimi periodi in cui discorsi diretti e indiretti sembrano accavallarsi fra di loro, e taglienti e più incisivi sarebbero stati i suoi interventi, se non ci fosse stato bisogno dell’interprete (che, purtroppo, spesso tralasciava frasi importanti o non coglieva certe sfumature di senso molto importanti – come la differenza fra “nazionale” e “nazionalista”), cosa che in qualche modo ha impedito a Melinda di potersi esprimere liberamente e di imporre alla discussione il suo giusto peso intellettuale.

La moderazione, infatti, ha volutamente cercato la leggerezza, in un tema, quello del confronto fra etnie diverse, che può e DEVE essere invece una polveriera di discussione, soprattutto in Italia, soprattutto in province a grande percentuale leghista e benpensante come quella di Pordenone,  dove magari popolazioni come quelle da cui provengono Melinda e Elvira sono oggetto di pregiudizi e ripudio, se non odio, sociale.

Ho poi avuto il piacere di scambiare un paio di chiacchiere con la stessa Melinda: una ragazzina con il viso di una gran donna dai capelli lunghi leggermente brizzolati, molto cordiale, ma mai leziosa, né distante. Di sicuro una personalità letteraria – e non solo – da seguire in ogni sua nuova opera.

Come L’Aria, edito da Voland, con un’ottima traduzione di Roberta Gado

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