Rigoletto all’Oper Leipzig


E’ andata in scena ieri sera la prima di Rigoletto all’Oper Leipzig, con la regia di Anthony Pilavichi.

Pilavichi già nome noto nel panorama registico internazionale, è stato chiamato a inscenare Rigoletto, per il prossimo 200esimo anniversario di Giuseppe Verdi, nella nuova era dell’Oper Leipzig, del dopo Konwitschny.

Si è trattato di una messa in scena tradizionale, in un imprecisato tempo nobiliare, senza veri costumi che precisassero un tempo (né moderno, né antico). Il set, soprattutto nel primo atto, è stato promettente, per quanto non immaginifico. Buona l’idea di alzare il palco quando Rigoletto scende nella botola dove si trova Gilda.

Molto meno buona, anzi del tutto priva d’idee, la scena in cui il Duca di Mantova – ovvero Gualtier Maldé – si ritrova a scendere nella botola dove è nascosta Gilda. Qui purtroppo abbiamo assistito a una recitazione approssimativa degli interpreti, nonostante la bravura canora del tenore Leonardo Capalbo.


A dire il vero, in più punti la regia si è dimostrata debole e incapace di rendere la drammaticità, i contrasti fra i personaggi. Innanzitutto non si capisce la figura di Rigoletto: è zoppo? Non è zoppo? E’ un buffone? Non lo è? Chi è?

Il Duca di Mantova in camicia bianca e pantaloni settecenteschi (una tenuta più da Cherubino o Ottaviano, che da vero Duca) quando canta le sue popolarissime arie si atteggia a una specie di Fonzarelli, che salta in maniera retrò più che melodrammatica da una scala all’altra, per il palcoscenico, con un risultato che ha più del ridicolo che del convincente.

Insomma, nel suo caso, troppo cheap over-acting, come si direbbe nel mondo anglo-sassone.

Non si spiega in nessun modo la vicenda, non la si interpreta, insomma, al di là di qualche bella effettistica scenografica. Ma, ancora peggio, non le si rende giustizia. Ad esempio: quando sempre nel terzo atto, Rigoletto e Gilda si trovano assieme davanti a un bordello, un bordello moderno, di quelli che si vedono da lontano perché hanno l’insegna a led a forma di cuore rosso: qui giustamente il pubblico ride, anche se presumo in maniera inconsapevole e naïve.

Ora: se il rigetto per un certo regietheater significa offrire regie tradizionali moderne scialbe e annacquate, preferisco un regietheater discutibile magari, ma davvero sostanzioso e curato. Esattamente quel tipo di spettacoli che qui di solito vengono fischiati, purtroppo, perché turbano la sonnacchiosa coscienza provinciale del pubblico dell’Oper Leipzig.

Come se fra il regietheater spinto e una regia tradizionale non ci fosse la variante di una regia moderna ma tradizionale fatta con gusto e originalità, ma soprattutto con cura della definizione dei caratteri e rispetto dei nuclei tematici letterari-teatrali.

Già, i nuclei letterari ad esempio, dove sono i contrasti fra il potere e la ricerca di giustizia degli umiliati, dei miserabili – e dove sta la figura del miserabile, che è tale non perché sfigurato ma perché appunto umiliato, rovinato dalla corruzione di un certo tipo di potere? temi sempre validi, che stanno alla base della storia di Hugo prima e del libretto verdiano poi?

Insomma quella di Pilavichi è stata a mio avviso una messa in scena mediocre, senza gusto né sensibilità letteraria.

Ora, passando alla parte musicale, a parte la buona performance vocale del tenore Leonardo Capalbo, nei panni del Duca, la piacevole resa del baritono Vittorio Vitelli, in quelli di Rigoletto e di James Moellenhoff come Sparafucile, abbiamo assistito a uno spettacolo di annacquata timidezza.

Una timidezza vocale che purtroppo nel primo atto ha tarpato la voce a Eun Yee You, soprano dell’ensemble: brutta esecuzione di “Caro Nome”, senza sbagli per carità, ma troppi pianissimo sempre troppo pianissimo nelle agilità, quasi strozzati.

Nel secondo e soprattutto nel terzo atto si è riscattata ampiamente, per fortuna.


Il coro è stato musicalmente parlando uno degli interpreti migliori, grazie alla sapiente e esperta direzione, soprattutto in questo repertorio, del nostro Alessandro Zuppardo.

Stendiamo invece il velo sull’esito di alcuni ruoli minori, femminili e maschili, francamente imbarazzanti.

Per passare all’orchestra: tempi lentissimi, interpretazione scialba, mancanza di dinamismo e drammaticità hanno contraddistinto la performance dell’orchestra, sotto la direzione di Matthias Foremny.

La lentezza dei tempi scelti nelle arie come “Caro Nome” , con un materiale sonoro così esile, ha prodotto più pause che suono, ha annullato insomma l’effetto drammatico, che è la sostanza della musica verdiana.

In una sua lettera del 1850, Verdi scrive, proprio a proposito del Rigoletto ” le mie note o belle o brutte che sieno non le scrivo a caso e procuro sempre di darle un carattere – In somma di un dramma originale, potente, se ne è fatto una cosa comunissima e fredda”

E’ esattamente quello che è successo ieri sera. Un critico musicale locale mi ha suggerito che si è trattato di una interpretazione raffinata da parte dell’orchestra, “scevra di effetti”. Questo è un arrampicarsi sugli specchi per nascondere invece la grande difficoltà che hanno avuto Matthias Foremny e la Gewandhaus a dominare quest’opera con gusto.

Quando sento che la melodia è talmente rallentata che quasi non esiste più, non posso pensare che si tratti di un “gusto teutonico”: penso piuttosto a un errore di direzione e orchestrale. Infatti, il direttore è stato buato, per quanto timidamente.

Il pubblico com’è consueto ha applaudito tutti, per cortesia, ma anche per ingenuità, forse. Se con quest’opera si apre la nuova stagione purificata da ogni velleità konwitschnyana, se il livello delle regie teatrali che ci aspettano a Lipsia sarà all’insegna dello scipito e del più infantile luogo comune, rimpiango i tempi dei buu fatti a Peter Konwitschny – lui sì un vero maestro capace di proporre idee, interpretazioni non consuete e anticonvenzionali.

Spererei inoltre per la nuova stagione, un po’ più di consapevolezza sonora da parte di certi direttori dell’Oper Leipzig, se proprio tocchi loro dirigere un’opera verdiana.


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