Cani nella neve


Uno dietro l’altro i passi nella neve sporca, nel parco imbiancato, nel cuore di un relitto incrostato di popoli diversi.

Un uomo cammina ed è vecchio; le gambe si piegano; fra le mani un abete tagliato, enorme;  la schiena è piegata; scivola nella neve, si ferma, riprende.

Ma chi te lo fa fare, mi dico; sei vecchio, sei piegato, sei goffo; fai fatica, è più grande di te; ma chi te lo fa fare di trascinarti quell’abete nella neve; e chissà ancora per quanto.

Si gira, mi guarda appena da sotto la coppola; chissà perché lo fai ; per avere un sorriso di uno dei tuoi nipoti, un secondo, un minuto e poi niente di più.

Ragazzini si rotolano sulla collinetta fittizia; qualche metro più in là,  i corvi affondano il becco in questa materia bianca e fredda, sbattono le ali e si contendono un pezzo di spazzatura.

Ma chi te lo fa fare,  vecchio; ma chi ve lo fa fare, ragazzini, di rotolarvi dove i corvi mangiano la spazzatura.

Questo candore è finto e voi vi ci rotolate sopra.

Ma chi ve lo fa fare e i miei passi si sovrappongono ad altri passi, quasi ci scivolano sopra.

Ma chi me lo fa fare, di camminare a distanza in questa poltiglia biancastra, fredda e rovinosa, pericolosa, che nasconde il ghiaccio.

E il ghiaccio non è ciò di cui è fatta la distanza? Non è la distanza il ghiaccio? Il ghiaccio, la distanza fra me e loro?

Poi d’un tratto due occhi animaleschi mi fissano. Due cani lasciati liberi giocano nella neve e si fermano e mi guardano. E il loro sguardo è un invito.

 

 

 

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Ve lo devo confessare


Ve lo devo confessare: stasera stavo uscendo per trovarmi con gli amici a bere un gluhwein (trad.vin brulé) ai mercatini, quando guardo nella cassetta della posta e trovo un pacchetto del mio datore di lavoro con dentro qualcosa di solido e non meno identificato. Rientro in casa per scartarlo, trovo un nastrino di carta con su scritto Frohe Festtage und Vielen Dank für Ihre Engagement e sotto il nastrino c’è una tavoletta di cioccolata al caramello. Una volta ci spedivano l’agenda, adesso la tavoletta di cioccolata. Avranno capito che non c’ho un piffero da cenare. Avranno capito che siamo alla fame. Esco di nuovo, dopo due passi sul ghiaccio, sento il freddo cane entrare nelle ossa di cane della sottoscritta, e mi dico che non ce la faccio, è troppo, prima la cioccolata, poi il freddo cane, me ne stavo cosí bene a casa. Torno di nuovo, ceno con la tavoletta di cioccolata, cerco di ricordarmi che è bello a volte passare il sabato sera a casa, se solo non ci fosse il freddo cane – e, a proposito di cane, leggo  che Monti si dimette. Il padrone ha fatto bau e non gli ha più dato la cioccolata. La cioccolata, il freddo cane e i Monti che cadono come castelli di carta al primo Alfano di vento. Dico “mamma” e vorrei tornare a casa, ma mi tocca stare in questa casa, perché sulla mia laggiù c’è l’ombra di un nano. Cosi piccola e insignificante è diventata.

 

Mario-Monti-dimissioni