Nabucco all’Oper Leipzig


E in scena in questi giorni all’Oper Leipzig, Nabucco, con la regia di Dietrich Hilsdorf.

Si tratta di un nome già conosciuto al pubblico di Lipsia per le belle produzioni di Jenufa e dello straordinario Deutsches Miserere. Ottime messinscene, ma affrontare  Verdi e in particolare il Nabucco è decisamente altro.

Avevo paura di trovarmi di fronte alle solite grigie, noiose messinscena contemporanee, tipiche di certi registi soprattutto tedeschi: con mia sorpresa, non ho assistito a un’ambientazione contemporanea, e neppure a una messinscena troppo grigia.

Non ho visto antichi Assiri né antichi Ebrei in scena: Hilsdorf ambienta l’azione in un’epoca non meglio precisata; a giudicare dai costumi scelti, più o meno nello stesso periodo in cui Verdi scrisse questo suo capolavoro.

L’azione infatti sembra svolgersi in un teatro dell’Ottocento. In un teatro, già: un teatro che noi vediamo da svariate angolazioni. Lo vediamo frontalmente, lo vediamo da dietro la quinte, lo vediamo da “dietro gli attori”. Insomma, vediamo un teatro. Niente di nuovo, a dire la verità: vediamo un “teatro nel teatro”, un escamotage drammaturgico, usato ampiamente da numerosi registi, con esiti molto diversi fra loro

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A parte questa trovata, peraltro quasi ormai logora, e una scenografia imponente, la resa della trama e dei protagonisti (Abigaille, Fenena, Ismaele, Zaccaria, Nabucco) è risultata confusa e oscura.

Inoltre, in alcune scene cruciali non si è riuscito a sorprenderci drammaticamente, come richiesto dalla storia.

Ad esempio, nella scena della caduta a terra di Nabucco, dovremmo vedere un re che nel momento in cui si dichiara Dio, viene improvvisamente scaraventato al suono dall’ira divina. Dovremmo sorprenderci insieme al coro che esclama “Oh come il cielo vindice l’audace fulminò!”. Lo sbigottimento di quest’ultimo dovrebbe essere anche quello del pubblico. E, non meno importante, questa stessa battuta dovrebbe  arrivare dopo la caduta di Nabucco, non prima, come è successo.

Nabucco insomma non è colpito proprio da niente, rimane indenne su una scala e non si capisce cosa voglia fare (cade? Non cade? Quando cade?) Nabucco non cade a terra quando dovrebbe, il coro commenta nel momento sbagliato.

Quello che vediamo in questa scena può essere preso ad esempio, insomma, per il resto della regia: una interpretazione caotica, con una scenografia molto bella, con effetti teatrali notevoli, ma senza una vera idea consistente alla base.

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La parte migliore di questa première è stata per fortuna la musica: l’orchestra , sotto la direzione dell’inglese Anthony Bramall, è riuscita finalmente a tirare fuori un suono più raffinato del solito, con attenzione alle nuances, con veri crescendo e una bella tavolozza dinamica.

Diverso è il discorso per i cantanti, qui il livello non è stato per tutti omogeneo, a cominciare da uno dei grandi protagonisti: Zaccaria. Il sacerdote ebreo compare si può dire quasi dalla prima all’ultima scena e ha una parte non facile, che conta alcune delle melodie più belle di tutta l’opera. A ricoprire questo ruolo, il basso armeno Arutjun Kotchinian. Un gran bell’attore, una presenza imponente sul palcoscenico, dall’alto dei suoi quasi due metri, e una voce grossa e rumorosa, non squillante né propriamente cantabile.

Zaccaria richiede un basso che domini sia le note più gravi che quelle più acute: Kotschinian ha dimostrato un suono migliore nei registri centrali e gravi e non ha convinto negli acuti, purtroppo, con una voce tutto sommato potente, ma con pochi armonici.

Ismaele è stato impersonato dal tenore uruguayano Gaston Rivero.  La sua performance è stata convincente: ottima dizione, potenza, acuti squillanti e una buona espressività. Lo stesso si può dire per la Fenena di Jean Broekhuizen, mezzosoprano solista dell’ensemble, al suo debutto in questo ruolo verdiano, Si è trattato di una bella resa, con un’ottima padronanza delle agilità richieste da questo ruolo.

La grande guerriera, Abigaille, è stata Amarilli Nizza, già Lady Macbeth nella scorsa produzione a firma di Peter Konwitschny. Benché tradizionalmente il ruolo di Abigaille richieda soprani dalla tessitura più scura, dalla voce più potente, e dagli acuti più consistenti, la Nizza ha reso la parte con professionalità e buon gusto.

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Per quanto riguarda Nabucco, il baritono Markus Marquardt , invece il livello è stato notevolmente diverso:  canto ingolato, non sempre a suo agio nei registri acuti, con una dizione scarsa, che in alcune scene si è prodotto in certi “declamati” ineleganti e del tutto arbitrari, di stampo quasi espressionista, che nulla hanno a vedere con uno stile ottocentesco e in generale con il belcanto in senso stretto.

Per fortuna per noi spettatori, Il Nabucco è un’opera dove il coro ha un ruolo importante, Dico per fortuna, perché il coro è stato uno dei veri protagonisti, se non il vero protagonista della serata, sotto la direzione di Alessandro Zuppardo. Va’ Pensiero è stato un vero exploit, dizione perfetta, grande attenzione alle dinamiche e al fraseggio, con gusto e raffinatezza, notevole  la resa della chiusura in pianissimo, in un lungo e impercettibile svanire.

Al coro è stato tributato l’applauso più lungo della serata, e a ragione.

Tutto sommato, a parte le pur grosse mancanze registiche e di alcuni importanti protagonisti – c’è da sperare, che, come avviene di solito, la qualità del risultato migliori con le recite future – si è trattato di uno spettacolo soddisfacente, che si è ampiamente riscattato con punte di ottimo livello.

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